Un progetto colossale: trasformare vaste aree dell’Africa in piantagioni per la produzione di carta. Sembra un vecchio sogno coloniale nel cuore del Mozambico, ma è storia di oggi. Dietro c'è la portoghese "The Navigator Company" e la sua filiale locale Portucel Mozambique. Le associazioni locali sono profondamente preoccupate per gli impatti sui mezzi di sussistenza delle popolazioni locali e sulla biodiversità.

Un team di geologi ha scoperto i resti di una foresta antica 260 milioni di anni ne cuore dell’Antartide. Questo continente infatti non è sempre stato un deserto di ghiaccio: 260 milioni di anni fa, era ricoperto da lussureggianti e rigogliose foreste, una delle quali è stata appunto rinvenuta dagli scienziati. 

Il governo del Bhutan, in collaborazione con il WWF, ha annunciato la creazione di un fondo di 43 milioni di dollari, il primo del suo genere in Asia, per proteggere definitivamente la rete di aree protette del paese. Il programma, sostenuto in parte dal Fondo verde per il clima, garantirà che vi siano finanziamenti per sempre per gestire adeguatamente le aree protette del Bhutan, che costituiscono il 51 per cento del paese, la più alta percentuale di terre designate protette in Asia.

Un gruppo di associazioni ambientaliste estoni e la rete Environmental Paper Network hanno inviato una lettera all’azienda estone Est-For, riguardo il progetto di una gigantesca cartiera (ma la chiamano “bioraffineria” nel piccolo paese baltico. Se costruita, la biorefinery Est-For produrrà una produzione annua di 700.000 tonnellate di pasta e consuma da 2,5 a 4 milioni di metri cubi di legno all'anno per molti decenni.

Gli estesi incendi che stanno devastando la California hanno mietuto almeno 17 vittime e distrutto oltre 2.000 abitazioni, mentre oltre cento persone risultano disperse, e altrettante sono ospedalizzate. i roghi più estesi distruggono la rione del vino, a nord di San Francisco. Gli incendi sono a contenimento zero, il che significa che i pompieri non sono stati in grado di eliminare la vegetazione dal perimetro delle fiamme.

Sottocategorie

I popoli indigeni hanno gestito le loro foreste per secoli, e ce le hanno consegnate come eredità. Ma noi le stiamo abbattendo. E con la foreste muoiono i popoli che le abitano, come gli Indios amazzonici, i Pigmei in Africa, Penan in Malesia...
 
Queste genti hanno sviluppato nei secoli conoscenze profonde e hanno imparato a convivere con la foresta senza distruggerla.
Sono le prime vittime dell'assalto alla foresta. L'arrivo dell'industria porta con se' la distruzione degli alberi che forniscono loro frutti o medicinali, ma anche punti di riferimento nei loro spostamenti. Le bande di bracconieri arrivate assieme all'industria ripuliscono la foresta di tutta la selvaggina. Le successive ondate di insediamenti tolgono loro la terra, la cultura ed il diritto a vivere.
Le foreste danno da vivere anche a numerose popolazioni di raccoglitori, come i seringueros in Amazzonia, che vivono estraendo gomma o raccogliendo noce brasiliana. {slide=Nessuno sviluppo} I profitti finiscono nei conti delle aziende multinazionali e di prestanomi locali, oltre a fluire nelle tasche di amministratori corrotti: il prezzo delle tasse per le concessioni di taglio è irrisorio se rapportato al valore del prodotto finito. Al paese esportatore restano solo i danni lasciati da uno sfruttamento predatorio: distruzione dell'ambiente e delle risorse.
{/slide} {slide=E tanta povertà} Il prelievo industriale del legno tropicale africano non genera ricchezza né sviluppo. Almeno non per le genti del luogo. I paesi africani esportatori di legno sono tra i 50 paesi più poveri del mondo, sono tra i paesi a più basso indice di sviluppo umano, e il loro reddito pro capite è tra i più miserabili. Questi paesi compaiono nella lista dei Paesi poveri altamente indebitati. Mentre immense quantità di legno prezioso venivano incamminate verso l'Europa e l'Asia, debito estero dell'Africa sub-sahariana cresceva del 225%.
Le aree di sfruttamento forestale, sono caratterizzate dalle problematiche sociali tipiche dell'inurbamento improvviso: alcolismo, prostituzione, AIDS. Intanto scompare un patrimonio di ricchezza biologica ma anche economica. {/slide} {slide=Quando arrivano le compagnie del legno} Per gli abitanti dei villaggi le conseguenze negative delle operazioni forestali, superano di gran lunga quelle positive.
Quando cominciano le operazioni di taglio, la popolazione del villaggio si moltiplica, spesso i villaggi si trasformano in piccole città. Con l'arrivo dell'industria, arrivano la prostituzione, l'AIDS, l'alcolismo, e la struttura sociale e culturale del villaggio collassa. Intanto l'improvvisa domanda di cibo aumenta i prezzi. Contemporaneamente, le stesse operazioni forestali riducono la disponibilità di prodotti selvatici, raccolti tradizionalmente dalla gente dei villaggi (frutta, semi da olio, piante medicinali ecc). È abbastanza frequente che gli impiegati delle compagnie rubino verdure dagli orti locali o portino via la cassava dalle piantagioni. L'invasione di cacciatori di frodo su larga scala, per vendere la carne alle compagnie del legno o trasportarla verso i mercati della città, minaccia ulteriormente le loro risorse alimentari locali, mentre le compagnie si rifiutano di pagare qualsiasi risarcimento. {/slide} La distruzione delle foreste non è un male necessario allo sviluppo dei paesi poveri. Anzi, decenni di industria del legno e la monocoltura hanno aumentato la povertà e la miseria.

La scommessa per il proteggere il clima passa per le foreste. La deforestazione è responsabile di circa un quinto delle emissioni globali di gas serra. Questo progetto si chiama REDD, sigla che sta per "Ridurre le Emissioni Da Deforestazione e Degrado" (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation).
Alla base del REDD c'è l'idea di aumentare il sequestro di carbonio atmosferico proteggendo le foreste, attraverso un sistema di incentivi che renda "conveniente" mantenere le foreste intatte invece che buttarle giù.
La protezione delle foreste è una misura cruciale per contrastare il cambiamento climatico, dato che un quinto delle emissioni di carbonio sono dovute alla deforestazione. Inoltre aiuta a preservare la biodiversità, il suolo dall'erosione e le riserve di acqua dolce.

{slide=Come è organizzato il REDD} Purtroppo il REDD è basato su processi finanziari, e dove ci sono soldi ci sono spesso interessi nascosti e corruzione. Alcuni paesi sviluppati puntano a farne un sistema per continuare a emettere carbonio, pagando piccoli contributi, e senza investire in tecnologie più efficienti. Anche grandi imprese hanno fiutato l'affare, e stanno puntando a impossessarsi dei terreni forestali che potranno godere di sussidi, togliendoli ai popoli indigeni e alle comunità locali. Gli incentivi rischiano di creare un nuovo assalto alla terra, ai danni delle comunità indigene, che per secoli hanno protetto la foresta. Numerose imprese puntano a ottenere sussidi per la distruggere le foreste, che invece il REDD dovrebbe proteggere: è il caso delle piantagioni di alberi, la cui espansione è una delle cause primarie della deforestazione in molti paesi tropicali.
{/slide} {slide=Permessi per inquinare?} Il traffico dei crediti di carbonio, ossia il permesso di emettere carbonio nei paesi sviluppati a fronte dell'acquisto di aree protette nei paesi in Via di Sviluppo crea nuove minacce per le popolazioni indigene: il crescere del valore delle foreste che abitano attira nuove ondate di investitori e avventurieri, e minaccia i diritti indigeni sulle proprio terre. Tra i progetti finalizzati alla riduzione delle emissioni non vi sono solo iniziative di conservazione, ma anche piantagioni estensive di specie aliene a scopi produttivi (legno e carta), che spesso, dopo aver espulso le popolazioni locali, provocano molti danni al suolo, alla stabilità del clima.
{/slide} {slide=Proteggere le foreste} Alla base del REDD c'è un'ottima idea: proteggere le foreste. Per realizzare questa idea sono necessarie tre condizioni: l'esclusione dei REDD dal traffico dei crediti di carbonio, l'esclusione dal REDD dei sussidi alle piantagioni, e il pieno coinvolgimento delle comunità indigene, sia nel processo decisionale, che nella gestione dei sussidi. Allora sarà possibile non solo sviluppare uno strumento in più per combattere il cambiamento del clima globale, ma anche avviare una nuova fase di sviluppo nelle regioni forestali, basato sul rispetto della natura e delle comunità umane. {/slide}

REDD, foreste e clima: leggi il briefing sulla trattativa in corso

Una foresta è molto di più di un insieme di alberi, ma un complesso insieme dinamico di ecosistemi.

L'unica cosa che hanno in comune piantagioni e foreste è la presenza di alberi. Ma le piantagioni sono un sistemi agricoli altamente uniformi, mentre le foreste sono ecosistemi ricchi di biodiversità.

Diffuse in tutto il mondo, soprattutto nelle aree un tempo coperte da foreste naturali, le piantagioni producono carta, legno, olio di palma, gomma o altro, tutte merci destinate ai mercati internazionali.

L'impatto delle piantagioni monocolturali su larga scala sull'ambiente e sulle comunità locali sono documentati da tempo. Spesso si tratta di specie aliene, ossia estranee alla biodiverità locale. Per essere produttive, le piantagioni adottano specie a rapida crescita, che succhiano grandi quantità di acqua dal terreno, lo inaridiscono e ne modificano le caratteristiche chimico-fisiche.

{slide=I danni nascosti delle piantagioni} Tra gli impatti delle piantagioni figurano il dissesto delle risorse idriche, il deterioramento dei corsi d'acqua, l'inquinamento delle falde acquifere e dell'atmosfera provocato da pesticidi e fertilizzanti, l'espulsione di intere comunità dalle proprio terre ancestrali, la violazione di diritti umani, ambientali e sociali, soprattutto ai danni delle donne, il deterioramento della diversità culturale, la diffusione della violenza, la perdita di biodiversità. {/slide} {slide=Assalto alla foresta} L'impatto maggiore delle piantagioni è la fame di foreste. La terra è satura, i terreni coltivabili sono agli sgoccioli. Nuova terra incolta in vaste dimensioni ci sarebbe, ma è occupata dalle foreste, che vengono abbattute.
Ma in molti casi queste piantagioni durano poco: in breve tempo il sottilissimo manto fertile della foresta si consuma senza rigenerarsi e, priva della protezione dei rami, le piogge lo dilavano l'humus, poi l'umidità viene asciugata dal sole diretto lasciando spettrali distese di polvere rossiccia. {/slide} {slide=Fuoco e fiamme} Spesso le aree da trasformare in piantagioni sono "ripulite" con il fuoco, creando incendi incontrollabili di grandi dimensioni. Al loro posto le grandi piantagioni a monocoltura: soia, cereali, palma da olio, canna da zucchero. L'uso intensivo di fertilizzanti e pesticidi avvelena la terra e ne esaurisce le capacità. Quando i fuochi appiccati per fini agricoli si diffondono nelle foreste tropicali, nel cielo possono liberarsi uno o due miliardi di tonnellate di carbonio. {/slide}

Il biodiesel, o biocarburante, è nato da un sogno: trasformare gli scarti agricoli in combustibile. Ma quando si è scoperto che i biocombustibili sono il più economico sostituto del petrolio, è iniziata la corsa alle piantagioni, e il sogno si è trasformato in un incubo. il biodiesel è diventato un temibile oro liquido, capace di divorare ogni anno un milione di ettari di foresta.
Il biodiesel è un prodotto dell'agricoltura, quindi il buon senso vorrebbe che sia rinnovabile. Ma non è così, per il semplice fatto che i terreni agricoli sono ormai esauriti, e per avere grandi coltivazioni a scopo energetico, non ci sono che due alternative: distruggere le ultime foreste rimaste per dissodare nuove terre, o togliere terreno alle coltivazioni per uso alimentare, incrementando la fame nel mondo. La crescita della domanda di biodiesel sta portando a entrambi gli effetti.

{slide=Fame e deforestazione} Quando viene usato, il biodiesel emette meno carbonio del petrolio della comune benzina, ma ormai il danno l'ha già fatto: per fare posto alla monocoltura della soia in Sud America, le multinazionali dell'agrobusiness ADM, Bunge e Cargil hanno distrutto ampie fasce di foresta amazzonica e di Cerrado (savana abustiva tropicale che costeggia la foresta amazzonica, essenziale a numerose specie animali).
In Indonesia e Papua Nuova Guinea sono le imprese malesi a drenare le foreste palustri e torbiere, per poi incendiarle e quindi farne piantagioni di palma da olio, mentre milioni di tonnellate di torba vanno in fumo, immettendo in atmosfera quantità immense di carbonio: è stato calcolato che, per questo l'Indonesia è diventata il quarto paese per emissioni di gas serra. Anche in Africa la palma da olio inizia a assediare le foreste pluviali. {/slide}

Se non viene da pratiche distruttive, il legno è un ottimo materiale ecologico. La certificazione Forest Stewardship Council (FSC) è uno strumento per promuovere una gestione responsabile delle foreste, tanto dal punto di vista sociale che ambientale. 

Il legno è un materiale sano e naturale. La certificazione FSC serve ad assicurarsi che non provenga dalla distruzione delle foreste.
Ma è importante anche ridurre gli sprechi di carta e legno: ricorda sempre che le foreste sono generose, ma carta e legno vengono dalla loro fatica, e se sprecati, portano alla loro scomparsa.
Anche riciclare la carta aiuta a ridurre il consumo di fibre di legno, dando loro fino a sette vite.

Il legno è uno dei materiali più ecologici: è un materiale vivo, è caldo, respira, insomma è pienamente naturale. E in più dura a lungo, ha un ottimo bilancio energetico, è biodegradabile, se trattato correttamente non inquina, e può essere utilizzato nel ciclo naturale del riciclo. Purché sia prelevato rispettando l'ambiente. Il Forest Stewardship Council (Fsc) unisce imprese, associazioni ambientaliste, rappresentanze di popoli indigeni, lavoratori, scienziati e tecnici forestali per dare un'alternativa alla distruzione.

{slide=Scegli il marchio giusto} Le differenze tra la certificazione FSC e altri schemi meno rigorosi:

criteri

FSC

ALTRI

Indipendente, pienamente libero dalle pressioni dell'industria forestale

SI

NO

Solidi standard di protezione dell'ambiente

SI

NO

Solidi standard a protezione dei diritti delle comunità locali

SI

NO

Monitoraggio rigoroso e coerente sul prodotto lungo tutta la filiera

SI

NO

Solido processo di accreditamento

SI

NO

Certifica operazioni forestali distruttive o lesive dei diritti indigeni

NO

SI

 Usa la carta riciclata

{/slide} {slide=Ricicla}
Si aiutano le foreste riciclando la carta e acquistando carta riciclata.
In questo modo la carta acquista più vite (fino a sette) e diminuisce la pressione sulle foreste, e è possibile una loro gestione responsabile.
Riciclare 1000 kg di giornali ...
--> salva 17 alberi.
--> elimina 3 metri cubi di materiali inerti.
--> risparmia 31.780 litri d'acqua.
--> produce il 75% in meno di inquinamento nell'ari
--> produce il 35% in meno di inquinamento dell'acqua.
--> salva energia sufficiente a rifornire una casa per 6 mesi.
--> consuma la metà (il 57%) dell'energia rispetto a quella impiegata per produrre una tonnellata di carta da fibra vergine
La carta riciclata solitamente si sbianca maccanicamente, senza dover usare sbiancanti chimici.
Anche la carta riciclata può essere certificata Fsc (scegliere il 100% riciclato), ma la tradizionale certificazione per la carta riciclata è l'Angelo Azzurro.

Si dice post-consumo la carta riciclata che ha compiuto tutto il ciclo di vita (es. viene dal cassonetto).
È pre-consumo la carta fatta ricrclando prodotti che non hanno mai raggiunto il consumatore finale (es: rese dei giornali, tagli di tipografia). La carta pre-consumo è una via di mezzo tra il riciclo vero e proprio e l'ottimizzazione produttiva (recupero di materie prime). {/slide} {slide=Riduci} Usa meno carta! Dagli anni ’60 il consumo globale di carta è quadruplicato, mentre il consumo della carta da stampa è cresciuto di sei volte. La metà degli alberi abbattuti con finalità commerciali finisce in prodotti a base di carta. Ma molta di questa carta viene sprecata, mentre la sua produzione è legata alla distruzione delle foreste, a violazioni dei diritti umani, a inquinamento e emissioni di gas serra.
L’avvento dei computer a incrementato l’impiego di carta, malgrado soluzioni tecnologiche come la posta elettronica rappresentino un’ottima alternativa allo spreco.
Un 10 per cento della popolazione mondiale (Europa occidentale e Nord America) consuma oltre la metà della carta prodotta. Europei e statunitensi consumano carta sei volte di più della media. Una gran parte finisce in pubblicità e imballaggi. Impegnandoti a ridurre i tuoi consumi di carta, non solo ridurrai il tuo impatto, ma ci aiuterai a convincere aziende e amministrazioni, i grandi spreconi di carta, a ridurre anche loro consumi e sprechi.
Impegnati ora! {/slide}

Nel mondo esistono foreste diversissime: temperate, boreali e tropicali, di conifere e di latifoglie. Foreste pluviali, foreste secche, foreste palustri e di mangrovie.

 

Sono un'eredità millenaria che ci assicura la vita.

Sono l'aria, l'acqua, la terra, il clima.

Senza le foreste non muoiono solo i popoli indigeni e le specie animali. Senza le foreste nessuno di noi ha futuro.

 

Le aree forestali intatte si estendono ancora su 13 milioni di chilometri quadrati, l'8% della superficie emersa. E combattono col tempo: metà delle foreste originarie che ricoprivano il pianeta dalla fine dell'era glaciale, è perduta per sempre. E la maggior parte delle residue foreste è frammentata in aree ridotte, destinate a scomparire nel tempo.

 

 

Tutti possono dare un grande contributo, anche tu. Per esempio, acquistando prodotti in carta e legno riciclati o certificati FSC.
 
Il legno è un materiale ecologico e naturale, quando non viene dalla distruzione delle foreste. Ma come fare a esserne sicuri? Ci sono due modi: acquistare prodotti garantiti da origine responsabile e prodotti riciclati (soprattutto la carta).
 
I prodotti riciclate riducono il consumo di alberi, quelli certificati assicurano che le foreste da cui è stato prelevato il legno siano gestite in modo responsabile verso l'ambiente e verso le comunità della foresta. Ma attenzione che abbiano il marchio FSC.
 
La certificazione Forest Stewardship Council (FSC) garantisce che il legno o la carta vengano da operazioni forestali rispettose degli ecosistemi.
 
I consumatori hanno il diritto di pretendere prodotti garantiti e certificati.
 
 

Salva le Forestee è un osservatorio indipendente sulle foreste primarie. Il suo obiettivo è proteggere le foreste naturali del pianeta
 
Le foreste sono l'aria, l'acqua, il clima, la vita.
Senza le foreste muoiono i popoli indigeni, si estinguono le specie animali, si surriscalda il clima, si desertifica il suolo.
Senza le foreste nessuno di noi ha futuro.
 
 
Le foreste sono assediate da imprese a caccia di legnami pregiati, da latifondisti e allevatori che vogliono farne monocolture per i mercati internazionali. Se non si interviene ora perderemo per sempre le foreste.
 
In terre lontane, in ogni angolo del mondo, le genti della foresta si battono per proteggere il loro mondo e il nostro futuro.
Piccole e grandi associazioni ambientaliste, popoli indigeni, gente dei villaggi, comunità locali, gruppi di difesa dei diritti umani, associazioni contadine, sindacati di raccoglitori...
 
Salva le Foreste porta la loro voce e diffonde i loro documenti. Analizza le cause della distruzione delle foreste, e promuove le proposte innovative per un loro utilizzo responsabile, per esplorare approcci creativi e nuovi modelli di sviluppo, rispettosi delle foreste, della vita che ospitano, delle comunità che le abitano e dei loro valori sociali.
Salva le Foreste fa parte della rete internazionale Taiga Rescue Network e di Forests Now in the Fight Against Climate Change.
 
 

Un affare da 150 miliardi di dollari. Imprese senza scrupoli saccheggiano illegalmente le foreste aggrediscono le comunità locali minacciano specie animali a rischio di estinzione.
 
Il legno illegale è quel legname prelevato o commercializzato in violazione alle leggi nazionali. Il commercio di legno illegale, oltre ad essere il frutto di pratiche forestali irresponsabili, è divenuto un vero e proprio motore della distruzione delle foreste. Difatti, mentre le attività illegali distruggono preziosi ecosistemi, la presenza sul mercato di stock di legname a basso prezzo impedisce uno sfruttamento sostenibile delle foreste perché risulta troppo caro sul mercato. Per esempio, diversi legni provenienti da foreste millenarie non costano di più di legni similari di casa nostra.
{slide=Legno di guerra} Spesso il taglio illegale si unisce alla pratica del “conflict timber” (o legno di guerra), quando il cui commercio di tronchi viene gestito da gruppi armati, da fazioni ribelli o da militari allo scopo di alimentare un conflitto. Partite di tronchi in cambio di armi. E spesso va assieme a violenze, massacri e gravi violazioni dei diritti umani. {/slide} {slide=Taglio illegale in Italia} L'Italia è un grande consumatore di legno e cellulosa. Ma non ha neppure uno strumento legislativo per combattere il traffico di legno illegale.
La mancanza di una legge che vieti il legno illegale rende possibile ogni mese lo scarico di migliaia di metri cubi di legname illegale. Perfino in presenza di prove che documentano la probabile origine illegale del legname, le stesse forze di polizia non possono agire. Mentre i CD pirata o le griffe falsificate vengono immediatamente sequestrate, il legno illegale gode della totale impunità, e perfino di protezione.
La soluzione al traffico di legno illegale c'è, ed è praticabile: ci vuole una legge chiara, che definisca in modo univoco che il legno illegale …è illegale. {/slide}

Ecosistemi millenari, le foreste ospitano circa i due terzi delle specie viventi animali e vegetali terrestri, e la loro scomparsa sta portando alla più grande crisi di estinzioni quando sono scomparsi i dinosauri: ogni giorno scompaiono tra le 50 e le 150 specie viventi, proprio a causa della perdita del loro habitat.

Molte delle specie viventi che vivono nelle foreste sono ancora sconosciute, ma già le stiamo perdendo. Infatti la queste meravigliose foreste sono in pericolo, e la scomparsa degli habitat forestali ha moltiplicato le estinzioni di 1.000 rispetto al tasso naturale, e forse molto di più.

 

Secondo l'IUCN sono ormai quasi 45.000 le specie da considerarsi minacciate I nostri parenti più stretti nel mondo animale: scimpanzè, gorilla, e orangutango sono destinati ad estinguersi entro i prossimi decenni, se continuiamo a distruggere le foreste che li ospitano. Difatti si parla di un numero di estinzioni che va da 50 alle 130 ogni giorno. Stiamo affrontando la più drammatica ondata di estinzioni dalla scomparsa dei dinosauri, 65 milioni di anni fa.  Un disastro ecologico che si consuma con una rapidità senza precedenti. Basti pensare che le precedenti crisi si erano determinate in milioni di anni e in presenza di catastrofici fenomeni naturali.