Il biodiesel, o biocarburante, è nato da un sogno: trasformare gli scarti agricoli in combustibile. Ma quando si è scoperto che i biocombustibili sono il più economico sostituto del petrolio, è iniziata la corsa alle piantagioni, e il sogno si è trasformato in un incubo. il biodiesel è diventato un temibile oro liquido, capace di divorare ogni anno un milione di ettari di foresta.
Il biodiesel è un prodotto dell'agricoltura, quindi il buon senso vorrebbe che sia rinnovabile. Ma non è così, per il semplice fatto che i terreni agricoli sono ormai esauriti, e per avere grandi coltivazioni a scopo energetico, non ci sono che due alternative: distruggere le ultime foreste rimaste per dissodare nuove terre, o togliere terreno alle coltivazioni per uso alimentare, incrementando la fame nel mondo. La crescita della domanda di biodiesel sta portando a entrambi gli effetti.

{slide=Fame e deforestazione} Quando viene usato, il biodiesel emette meno carbonio del petrolio della comune benzina, ma ormai il danno l'ha già fatto: per fare posto alla monocoltura della soia in Sud America, le multinazionali dell'agrobusiness ADM, Bunge e Cargil hanno distrutto ampie fasce di foresta amazzonica e di Cerrado (savana abustiva tropicale che costeggia la foresta amazzonica, essenziale a numerose specie animali).
In Indonesia e Papua Nuova Guinea sono le imprese malesi a drenare le foreste palustri e torbiere, per poi incendiarle e quindi farne piantagioni di palma da olio, mentre milioni di tonnellate di torba vanno in fumo, immettendo in atmosfera quantità immense di carbonio: è stato calcolato che, per questo l'Indonesia è diventata il quarto paese per emissioni di gas serra. Anche in Africa la palma da olio inizia a assediare le foreste pluviali. {/slide}

La produzione di elettricità da biomasse provenienti dal Nord America rischia di emettere più carbonio della generazione elettrica a carbone. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato dal Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito.  Secondo il rapporto, quando i boschi vengono abbattuti ad una velocità maggiore del tempo di rigenerazione naturale, l’energia elettrica prodotta è compresa tra 1.270 a 3.988 kg CO2 equivalenti per megawatt, ossia più di quella del carbone.

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Gli scienziati avvertono: non ci sono abbastanza foreste per soddisfare la crescente domanda di bioenergia. Innanzitutto sono necessarie regole imprescindibili per il prelievo dell legno, per esempio il divieto di rimuovere idi residui e i ceppi degli alberi abbattuti, soprattutto nei terreni poveri. Ma queste regole a loro volta ridurranno del 30 per cento il volume potenziale della biomassa disponibile in Europa. E’ quanto emerge da uno studio dell’Accor, l'Istituto Internazionale per l'Analisi Sostenibilità e le Strategie (International Institute for Sustainability Analysis and Strategy).

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Le piantagioni di palma da olio si oso espanse su 50.000 ettari. A cui se ne aggiungono altri 40.000 ettari nelle isole di Mindanao e Palawan, già destinati all'espansione delle piantagioni. Il pretesto è sempre quello: combattere la povertà e, ridurre le importazioni. Ma i risultati sono opposti. I funzionari governativi hanno dichiarato che la terra destinata a piantagioni è "inutilizzata" e "improduttiva", ma hanno omesso di menzionare che invece queste terre appartengono a piccoli agricoltori e a popoli indigeni che coltivano riso e legumi, raccolgo frutta selvatica, piante medicinali e materiale da costruzione.

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La rete senegalese Land Reflection and Action Group (CRAFS), l’associazione italiana Re:Common, e l'organizzazione internazionale Grain hanno lanciato ieri in Senegal un rapporto che denuncia il ruolo italiano nell'appropriazione di terreni ai danni delle comunità locali. Il rapporto "Who is Behind Senhuile-Senethanol?” investiga su un progetto di appropriazione di terreni agricoli nel nord del Senegal. Alla ricerca hanno collaborato esperti internazionali e locali, individuando vari aspetti controversi degli assetti societari di numerosi attori coinvolti, tra i quali spicca la compagnia italiana Tampieri.

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Protetta dal marchio di certificazione RSPO (vola Rotonda sull'olio di palma sostenibile) una grande impresa dell'olio di palma continua ad abbattere le foreste pluviali di Sumatra. E' quanto afferma Greenpeace, che ha pubblicato un rapporto sul caso. Il rapporto, intitolato A Dirty Business, si basa sulle investigazioni sul campo condotte sulle attività del gruppo Agro Darmex Itno nella provincia di Riau. Secondo Greenpeace, il produttore di olio di palma, meglio noto col nome di Duta Palma, ha abbattuto centinaia di ettari di torbiere in gran parte coperte da foreste al di fuori dei confini della concessione assegnatale, violando un'area protetta dalla conversione, in virtù della moratoria firmata dall'Indonesia nel 2011. La zona sarebbe inoltre habitat di una delle specie più minacciate del mondo: la tigre di Sumatra.

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